Sutor, ne supra crepidam...!
Mea culpa:
Per mia colpa.
Parole che fanno parte del "confiteor" (io confesso)
preghiera con cui si chiede perdono a Dio riconoscendo le
proprie colpe. Nel quotidiano si usa l'espressione per scusarsi
di qualche errore ammettendo il proprio sbaglio.
Mea vulnera restant:
Restano solo le mie ferite (Virgilio Eneide Libro X v. 29).
Contrariamente all'uso che ne fa Venere, il detto indica il
disappunto di chi non vede riconosciute le proprie capacità
e come un combattente alla fine di una battaglia persa, unico
modo per dimostrare il proprio valore è ricordare le
ferite subite. Per la bella Venere, invece, si trattava di
lacrime versate per intenerire il padre Giove. Chiede infatti
che intervenga con la sua autorità obbligando Giunone
a non sostenere i nemici del figlio Enea. Le raccomandazioni
hanno radici lontane!!! "Equidem credo, mea vulnera
restant et tua progenies mortalia demoror arma".
Pertanto manca solo che sia ferita anch'io e che la tua discendenza
venga uccisa da armi mortali.
Medice, cura te ipsum:
Medico curo te stesso. (Nuovo Testam., Luca, 4,23)
È citata, questa frase, nel Vangelo di S. Luca, ma è di data
più antica e di uso universale. Ricorre spontanea quando qualcuno
vuol correggere negli altri i difetti di cui abbonda egli
stesso, o vuol dar consigli, che dovrebbe metter egli in pratica
per primo. È il caso della gamberessa che rimproverava la
figlia perché camminava a ritroso
Medio tutissimus ibis:
Nel mezzo camminerai sicurissimo. (Ovidio,
Metam., lI, 137).
È il consiglio dato da Febo a Fetonte, suo figlio, che si
accingeva a guidar il carro del Sole. In senso più generale
si intende che la via di mezzo, lontana da ogni estremo, è
la più sicura, ma ovviamente il figlio ignorò il consiglio,
con le conseguenze che tutti conoscono.
Melioribus annis:
Negli anni più felici. (Virgilio, Eneide,
VI, 649).
Nostalgico rimpianto di tempi migliori. Per quanto sia felice
il presente, ciascuno ha nel suo passato qualche giornata
serena, qualche ora di serenità, alla quale il pensiero ritorna
volentieri, specialmente nelle angustie e nei tumulti della
vita.
Melius abundare quam deficere:
Meglio abbondare che scarseggiare.
Si consiglia di suggerire questo motto al proprio datore di
lavoro in previsione di una regalia in denaro.
Me, me adsum qui feci:
Io, sono io che l'ho fatto. (Virgilio, Eneide, IX,
426).
È il grido disperato con cui Niso scopre sè stesso per stornare
i colpi dal suo carissimo Eurialo. La frase può servire per
confessare una colpa e per proclamarsi reo, ma più spesso
si cita in senso familiare o satirico.
Memento audere semper:
Ricordati di osare sempre.
Spogliando questo motto di ogni velleità militare o
politica possiamo applicarlo ad Ulisse la cui avventura è
un esempio di coraggio e di desiderio di conoscere e vincere
l'ignoto. Di Gabriele D'Annunzio sembra essere l'acronimo
M.A.S. (Motoscafo Anti Sommergibile).
Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris:
Ricordati uomo che sei polvere, ed in polvere ritornerai (Antico
testamento Gn. 3,19).
La seconda parte di questo monito "quia pulvis es
et in pulverem reverteris" è tratta dal libro
della Genesi e sono le parole di condanna con cui Dio esclude
Adamo dal Paradiso Terrestre dopo la colpa del Peccato Originale.
La frase riportata nella chiesa cattolica viene pronunciata
dal sacerdote imponendo un pizzico di cenere sulla fronte
dei fedeli, il primo giorno di quaresima: tale giorno per
la Chiesa cattolica di "rito romano" è
detto infatti " Mercoledì delle Ceneri"
e segue l'ultimo giorno del Carnevale.
Memento mori:
Ricordati che devi morire.
La frase veniva sussurrata ai generali durante il trionfo
per ricordar loro, proprio nei momenti di gloria, il carattere
provvisorio della vita e della buona sorte.
Ricordo che "memento mori" oltre ad essere
il motto dei frati trappisti è anche la definizione
di nature morte nell'arte olandese del XVII secolo: tale particolare
mi è assai più chiaro, se contestualizzato da
altre occorrenze di tale sintagma che ho ritrovato in letteratura
e siti di matrice protestante.
Fondamentalmente, la cultura protestante e la sua spiritualità
son sempre state assai austere, e soprattutto tese, in specie
in quel periodo, a evidenziare mediante la rappresentazione
di teschi, orologi, lampade spente.., nelle nature morte,
sia la precarietà della vita - nelle tele definite
"vanitates", in ossequio anche all'Ecclesiaste
-, sia la caducità dell'esistenza umana, nelle tele
chiamate appunto "memento mori".
Detto segnalato e commentato da
Maria A.
Memento novissimorum:
Ricordati delle ultime cose (Antico Testamento,
Siracide, 28,6).
L'aggetivo "novus" in latino ha
il significato di nuovo ma al superlativo "novissimus"
sta ad indicare "estremo, ultimo". Nella
tradizione catechistica cristiana, con il termine novissimi
(nel senso di "cose ultime") si indicano quattro
parole chiave del destino finale dell'uomo: Morte, Giudizio,
Inferno, Paradiso. La Morte vista come ultima cosa che accade
nella vita terrena, il Giudizio di Dio come ultimo esame a
cui verremo sottoposti avendo come conclusione l'Inferno inteso
come definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio o
il Paradiso per quanti muoiono invece nella sua nella sua
grazia e amicizia.
Mens agitat molem:
Lo spirito vivifica la materia. (Virgilio, Eneide,
VI, 727).
È una concezione panteistica secondo la quale l’universo sarebbe
animato da un principio intrinseco che darebbe forma e moto
agli enti. Ma oggi si adopera con significato sostanzialmente
diverso, per esprimere la supremazia e le vittorie dello spirito
sulla materia bruta.
Mens divinior:
Il soffio divino (Orazio, libro I, satira IV
v. 43)
Nella sua finta umiltà Orazio sostiene di volersi defilare
dal novero dei veri poeti, non ritenendo sia sufficiente saper
concludere un verso per essere considerati tali. Solamente
a chi dimostra vero genio, "il soffio divino"
e una voce capace di suoni sublimi è possibile dare
questo nome.
Mens sana in corpore sano:
Mente sana in corpo sano. (Giovenale, Satire, X,
356).
Nell’intenzione del poeta, l’uomo non dovrebbe aspirare che
a questi due beni: sanità dell’anima e del corpo. Ma nell’uso
quotidiano, si attribuisce alla frase il senso che, per aver
sane le facoltà dell’anima, bisogna aver sane anche quelle
fisiche.
Metiri se suo modulo ac pede :
Ognuno deve misurarsi con il proprio piede (Orazio, Epistole,
Libro I, VII,98).
L'espressione completa di Orazio è: "Metiri
se quemque suo modulo ac pede verum est" (=E' vero
che ognuno deve misurarsi con il prorprio piede). Occorre
essere contenti del proprio stato. Non bisogna fare il passo
più lungo della gamba.
Minus habens:
Che ha meno.
È un ’espressione biblica, usata da Daniele nell’interpretare
a Baldassarre le tre misteriose parole: Mane, thecel, phares,
per indicargli che nella bilancia della giustizia divina il
suo peso era scarso; nel significato corrente vuol dire persona
tocca nel cervello, poco intelligente.
Mirabile dictu:
Cosa incredibile a dirsi!
Si usa normalmente per indicare qualche cosa che mai e poi
mai avremmo creduto potesse accadere: Hai smesso di fumare?,
"mirabile dictu!".
Mirabile visu:
Cosa incredibile a vedersi!
Viene usato in alternativa a "mirabile dictu".
Miratur moles Aeneas, magalia quondam:
Enea guarda meravigliato le immense costruzioni un tempo tuguri
(Virgilio Eneide Libro I v. 421).
Si potrebbe prendere a prestito il famoso "fervet
opus". E' così che ad Enea appare la città
di Cartagine, un unico grande cantiere dove persone che hanno
già trovato la loro nuova patria con grande entusiasmo
vi stanno ricostruendo anche le loro case.
Misera contribuens plebs:
Il povero popolo che paga (Stefano Verboczi -
Giurista ungherese - Opus tripartium).
Non credo che ci sia troppo da spiegare su questo detto perchè
prendendo a prestito l'espressione di Renzo Tramaglino (I
promessi Sposi cap. VI) è proprio il caso di dire che
" L'è chiara, che l'intenderebbe ognuno".
Si succedono i governi ma il modo di far cassa resta
sempre lo stesso con l'ovvia conseguenza che i ricchi diventano
sempre più ricchi e i poveri più poveri.
Miserere:
(Signore) abbi pietà. (Antico Testam. Salmo L).
È l'"incipit" del Salmo detto "della
penitenza" perchè in esso il peccatore esprime il suo
pentimento e invoca la misericordia divina. Nel gergo popolare
si dice di persona ridotta agli estremi: "Si può cantargli
il Miserere".
Missa solemnis:
Messa solenne .
Forse oggi questa espressione richiama
alla mente dei giovani musicofili solamente un' opera di musica
sacra ma ricordo che prima del Concilio Vaticano II, il momento
religioso culminante di una giornata festiva, particolarmente
importante, era questa messa definita "solenne"
perchè animata da una "schola cantorum"
ed officiata da tre sacerdoti che rivestivano rispettivamente
il ruolo di celebrante, diacono e suddiacono. Per questo motivo
veniva detta dai fedeli anche "messa in terza",
espressione popolare che ne definiva il carattere di estrema
solennità.
Mitto tibi navem prora puppique carentem:
Ti invio una nave senza prora e senza poppa.
(Attribuita a Cicerone anche se nutro seri dubbi).
Si tratta di un gioco di parole che non sfigurerebbe
su una rivista di enigmistica. Il vero significato infatti
è:"Ti saluto". Ricordando che a quei tempi
quando si salutava si diceva :"Ave" se da
"navem" togliamo la "n"
che è la parte iniziale (la prora) e la "m"
che è la parte finale (la poppa) otteniamo appunto
"ave".
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