Sutor, ne supra crepidam...!
Tabula rasa:
Tavoletta ripulita.
Non conoscendo la carta e non potendo usare il papiro o la pergamena
per il costo troppo elevato i romani usavano per prendere appunti
delle tavolette ricoperte di cera che veniva incisa dalla punta
di uno stilo mentre per cancellare veniva utilizzata una piccola
spatola posta all'altra estremità dello stilo stesso ripristinando
lo strato di cera. Nel momento in cui quanto scritto non aveva più
interesse alcuno, sempre con la spatola si rasava la cera su tutta
la tavoletta rendendola riutilizzabile. Per traslato, la locuzione
entrò nell'uso della terminologia filosofica ad indicare
lo stato della mente umana che nasce vuota di idee che solo l'esperienza
creerà tramite i sensi. Dall'uso filosofico a quello giornalistico:
far "tabula rasa" equivale a rubare, sottrarre
ogni cosa il passo è stato breve.
Tantae molis erat Romanam condere gentem:
Era così difficile fondare il popolo romano. (Virgilio,
Eneide, I, 33).
Verso che riassume tutti gli ostacoli, le difficoltà incontrate
nello sviluppo della città "caput orbis" e del
popolo che doveva dettar leggi al mondo intero. Ricorre spontaneo
quando ci si trova innanzi a problemi che sembrano insormontabili.
Tantaene animis coelestibus irae?:
Di tanta ira sono capaci gli animi celesti? (Virgilio , Eneide,
libro I, v. 12).
La mitologia greca e romana ci hanno abituati a questa visione antropomorfa
degli dei dell'Olimpo soggetti, come dei semplici mortali alle umane
passioni, falsi, bugiardi e vendicativi. "Possibile" si
domanda infatti Virgilio " che Giunone essendo una dea possa
nutrire tanto odio nei confronti dei troiani da costringerli per
sette lunghi anni a peregrinare per i mari e a istigare successivamente
contro loro le popolazioni del Lazio?"Si usa la frase quando
la fortuna è avversa alle nostre imprese, quando cioè il Cielo sembra
sordo alle nostre preghiere.
Tarde venientibus ossa:
Quelli che arrivano tardi a tavola trovano solamente le ossa.
Se per negligenza o pigrizia si perdono opportunità di guadagno
o di lavoro la colpa è solamente nostra. Identico concetto
è espresso dal proverbio: Chi tardi arriva male alloggia.
Di ben diversa interpretazione è il significato di "arrivare
ultimo" nel racconto evangelico (Mt. 20,8 - 20,16).
Il padrone di una vigna durante l'arco dalla giornata cerca lavoratori
e come li trova, indipendentemente dall'ora, li manda nella suo
podere promettendo a tutti un denaro per il lavoro svolto. Giunta
la sera dice al fattore di pagare agli operai quanto pattuito iniziando
dagli ultimi arrivati. Quando giungono quelli che già dal
mattino lavoravano nel campo trovandosi a ricevere la stessa paga
di chi aveva lavorato solo un'ora protestano per quella che ritengono
una ingiustizia. A questi il padrone risponde: amico non ti fo torto,
non hai pattuito con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene,
io voglio dare a quest'ultimo come a te... "sic erunt novissimi
primi et primi novissimi" (=così gli ultimi saranno
i primi e i primi gli ultimi) . La parabola era diretta contro quei
Giudei che, appartenendo per nascita al popolo eletto si ritenevano
"primi" nella scelta di Dio e non tolleravano che i Gentili
, "operai dell'ultima ora", potessero avere, nel regno
che il Messia andava predicando, i loro stessi diritti.
Te Deum:
Te Dio. (San Niceta di Remesiana?).
Sono le prime due parole con cui inizia l'inno sacro che da esse
prende il titolo. In uso già dai tempi di san Benedetto e
conosciuto anche come "Hymnus Ambrosianus" forse
perchè erroneamente attribuito a sant'Ambrogio, inizialmente
legato alla Liturgia delle Ore è divenuto, per la Chiesa
Cattolica, l'inno di lode e di rigraziamento per eccellenza, cantato
durante l'ordinazione, del vescovo, del papa , o molto più
semplicemente al termine di ogni anno come ringraziamento a Dio
per quanto, nell'anno trascorso, ci è stato concesso. Secondo
lo studioso benedettino dom Germain Morin l'inno sarebbe stato composto
da san Niceta di Remesiana (l'attuale Bela Palanka in Serbia). "Cantare
o recitare un te deum" è espressione piuttosto
comune ad indicare il ringraziamento per uno scampato pericolo o
per la riuscita in una impresa personale.
Telum imbelle sine ictu:
Freccia innocua e senza forza. (Virgilio, Eneide, Il,
544).
Il poeta lo dice a proposito della freccia scagliata dal vecchio
Priamo a Pirro. Nel senso figurato, significa un attacco inutile,
che lascia il tempo che trova. Si applica bene a certe critiche
che dimostrano più il livore dell’attaccante che i difetti del criticato.
Temporibus callidissime inserviens:
Servendo con somma astuzia ai tempi. (Cornelio Nepote,
Alcibiade, I).
Cioè adattandosi astutamente ai tempi ed alle circostanze. Plutarco
dice, in proposito, che alcuni possono prendere tutti i colori,
come il camaleonte, e che anzi gli sono superiori, perchè esso non
può prendere il color bianco (figurativamente la veste dell’innocenza)
Tempus edax:
Il tempo distrugge (le cose) (Ovidio Ex Ponto liber IV lett. X Albinovano
v.7 - "Metamorfosi liber XV v. 234").
Troviamo questa espressione nelle accorate lettere che Ovidio dall'esilio
scriveva agli amici di Roma. Sempre in questa, diretta all'amico
poeta Albinovano Pedone, troviamo, pochi versi prima, un'altra arcinota
espressione giunta fino a noi: "gutta cavat lapidem"(=
la goccia scava la pietra). "Panta rei"
(= tutto scorre) già scriveva Democrito, tutto infatti è
soggetto a trasformazione ed il tempo inesorabilmente trasforma
e distrugge anche le cose più resistenti. Nei secoli successivi
il detto è stato variato e ora suona così:"Tempus
edax, homo edacior" (=Il tempo distrugge le cose, ma l'uomo
ancora di più), e mai affermazione fu più
vera se si pensa ai guasti e alle mutilazioni non attribuibili all'azione
distruttrice del tempo solamente ma all'incuria e alla cupidigia
dell'uomo.
Terminus a quo... Terminus ad quem:
Punto di partenza...Punto di arrivo.
Si indicano cioè i due termini estremi in cui s’aggira qualche soggetto,
e più frequentemente gli estremi tra i quali è contenuta una data
che non si sa precisare del tutto.
Tertium non datur:
Una terza possibilità non è ammessa (Aristotele).
Nella filosofia aristotelica, ripresa nel medioevo dagli Scolastici,
il dilemma ammette solamente due possibilità di scelta e
pertanto la traduzione del detto molto semplicemente in italiano
suona: i casi sono due o.... o.....!
Testis temporum:
Testimone dei tempi. (Cicerone, De Oratore, II).
Epiteto attribuito da Cicerone alla Storia. Ecco la frase intera:"Historia
est testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae,
nuntia vetustatis" (=La Storia è il testimonio dei tempi,
la luce della verità, la vita della memoria, la maestra della vita
e il messaggero del passato).
Testis unus, testis nullus:
Un solo testimone nessun testimone (Codice giustinianeo).
Aforisma giuridico già noto e applicato, come suggerimento
di carattere generale, nel diritto romano antico e che diviene disposizione
di legge con l'entrata in vigore nel 529 del Codice giustinianeo.
La testimonianza, quindi, portata da un unico teste non viene più
accettata in tribunale e il detto citato viene sostituito da:
"In ore duorum vel trium
stat veritas" (=La verità sta nella bocca
di due o tre testimoni)... con la speranza che questi due o tre
siano di provata onestà!.
Detto
segnalato da William L.
|