La torre di Babele
"Erat autem universa terra labii unius et sermonum eorundem." (Gn.11,1) (= Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole.)
Inizia così il capitolo 11 della Genesi raccontando come gli uomini si erano consociati per costruire una grande città e una torre tanto alta da toccare il cielo. Dio castigò la loro superbia e questa volta senza diluvio o pioggia di fuoco solamente si disse: "descendamus et confundamus ibi linguam eorum, ut non intellegat unusquisque vocem proximi sui”. Atque ita divisit eos Dominus ex illo loco super faciem universae terrae, et cessaverunt aedificare civitatem." (Gn.11,7-8) (= Scendiamo e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l`uno la lingua dell`altro. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città.)
Ricordo questo racconto biblico in due occasioni:
1) A proposito della Unità Europea, istituzione nata nel '92 e formata ad oggi di 27 stati con altri 3 in predicato e con un solo forte legame per almeno 15 di loro: il "dio quattrino" (area dell'euro) ma divisi da ben 23 lingue. Sì, 23 idiomi diversi di cui alcuni neppure di derivazione neolatina ma, nonostante questo, l'unione viene gabellata come atta a favorire ulteriori e più facili opportunità di lavoro all'estero! E che diamine! Già immagino noi italiani, che risultiamo ultimi come livello di istruzione in una graduatoria europea e non conosciamo in modo decente alcuna lingua straniera, andare, moderni Brancaleone, alla conquista dell'Europa.
2) Meditando il motu proprio "Summarum Pontificum" con il quale il santo Padre a partire dal 14 settembre 2007 permette la celebrazione della santa Messa in latino secondo il V.O. "vetus ordo" (= vecchio rito), quella detta anche tridentina o di Papa san Pio V . Messa e riti , che tutti noi vecchietti ricordiamo, anteriori alla riforma liturgica detta per contrapposizione N.O. "novus ordo" (= nuovo rito) effettuata alla fine degli anni '60 a conclusione del "Concilio Vaticano II".
Ben venga la messa in latino, per i tanti "laudatores temporis acti" (= nostalgici.) Anni fa', era il '69 se non erro, ho accolto con gioia il regalo che il "Concilio Vaticano II" faceva all'intero mondo cattolico: una celebrazione eucaristica nella lingua propria di ogni popolo. Finalmente era possibile rivolgersi al Padre in una lingua conosciuta e nella stessa, attraverso il sacerdote, ascoltarne le parole.
Nonostante questa affermazione il latino non mi crea problemi di comprensione.
Ho studiato nel seminario di Piacenza dove come in tutte le scuole italiane il latino iniziava in prima media (già in quarta e quinta elementare si faceva analisi logica), poi due anni di ginnasio e tre di liceo classico.
Una delle tante materie era lo studio della filosofia Aristotelico-Tomistica su testi totalmente in latino: lezioni, interventi e dibattiti avvenivano esclusivamente in questa lingua che certo, pur rispettando grammatica, sintassi e vocaboli, non presentava la rotondità che ritroviamo in Cicerone o la capacità di sintesi di Tacito ma l'italiano è tutt'altra cosa ed è proprio per questo che preferisco la celebrazione Eucaristica "N.O".
Personalmente, nonostante l'istruzione che ho avuto la fortuna di ricevere, trovavo la messa in lingua latina piuttosto impersonale, poco aderente all'idea di una Mensa sulla quale fraternamente si spezza il pane come nell'"Ultima Cena".
Il sacerdote usciva dalla sacrestia e, in una lingua pressoché sconosciuta a tutti, iniziava uno stretto colloquio con il chierichetto (in assenza di questo faceva tutto da solo - botta e risposta -). Concluse le preghiere introduttive, saliva i gradini dell'altare per continuare le restante parte della celebrazione che avveniva dando le spalle ai fedeli e girandosi solamente sette o otto volte verso l'assemblea per dire "Dominus vobiscum" (= il Signore sia con voi).
Che faceva nel frattempo il popolo di Dio? Normalmente recitavano il santo rosario e, facciamoci del male, rigorosamente in latino anche quello.
Rivedo ancora le mie due nonne "Bobò e Gangàn" (si chiamavano rispettivamente Mariéta e Caterina ma, la prima nata in famiglia, le aveva rinominate perché la prima portava al pascolo le mucche (bobò) e la seconda, in autunno, andava a raccogliere i (gangan) le castagne) . Rivedo – dicevo – queste due vecchiette sedute nella panca all'altezza dell'altare di san Giovanni Bosco in compagnia della coetanea "Cavagnèna" e, imitate dalla maggioranza dei fedeli, (quelli che non dormivano) sgranare rosari alla velocità di una telescrivente.
Non ho ancora parlato degli uomini; quelli restavano sul sagrato fino alla fine della predica dando indicazioni a "Beibi" mitico sacrestano e campanaro sul prezzo base per battere, a fine messa, l'asta dei polli o altri beni in natura offerti alla chiesa.
La recita del "Credo" concludeva la "Messa dei catecumeni" e finalmente i battezzati lasciavano il sagrato imboscandosi chi in sacrestia, chi dietro all'altare e, qualche coraggioso, perfino in fondo alla chiesa!
Con un atteso "Ite, Missa est" intonando (tutte le domeniche) il canto "La pace dei santi" il celebrante tornava in sacrestia dove con un "prosit" del chierichetto ed un "tibi quoque" ritornato allo stesso concludeva la celebrazione.
Nonostante quanto scritto di negativo circa la messa in latino credo di capire come, nonostante i problemi della lingua, possa esistere un nutrito gruppo di fedeli che non apprezza il rito postconciliare.
Gli anni che sono seguiti al Concilio Vaticano II sono stati anni di sperimentazioni, invenzioni e stravaganze spesso consentite o ignorate anche dai pastori a capo delle Diocesi.
Anni di esagerato soggettivismo nell'interpretazione liturgica che certo la riforma post conciliare non prevedeva ma che nessuno si è preoccupato di arginare o, se qualcuno ci ha provato, la disobbedienza di tanti lo ha fatto desistere. Chiese sempre più simili a capannoni costruite per soddisfare la vanità di architetti solo attenti al design, utilizzo di arredi poco consoni alla sacralità del rito, introduzione di una gestualità più adatta ad un teatro che alla casa di Dio, permissivismo al limite della decenza sia dalla parte dei fedeli che del clero (sacerdoti che in campeggio celebrano la santa messa in calzoncini corti e figlie di Dio che entrano nella Sua casa con abbigliamento tale da far apparire Salomè una suora di clausura).
E' indubbio che questo spogliare la liturgia del senso del divino e del rispetto, per il mistero che sulla mensa si compie, attraverso i gesti e le parole del sacerdote, hanno favorito questa disaffezione con una richiesta di ritorno alla "serietà".
Certo che ai suoi vescovi e suoi sacerdoti Sua Santità ha giocato un bello scherzetto!
Ben pochi di loro conoscono la lingua latina. La mancanza di nuove vocazioni, infatti, ha portato alla chiusura di tanti seminari e quanti desiderano votarsi al ministero sacerdotale sono costretti a frequentare le scuole dello stato e tutti sappiamo quanto siano malridotte pertanto o li rimandiamo nuovamente a scuola o, in questa moderna Babele, come potranno rivolgersi al Padre senza capire quello che gli stanno dicendo?.
E' pur vero che il linguaggio dell'"Amore" è universale, la Pentecoste insegna, ma lo Spirito santo per intervenire pretende un minimo sforzo da parte nostra.
Che ne dite di un esamino per accertare la idoneità dei sacerdoti e dei fedeli a comprendere la lingua di Cicerone e quindi a capirsi quando pregano?
Altra cosa di non poca importanza sono i paramenti sacri che il V.O. impone.
Se la memoria non mi inganna dovrebbero essere: amitto, camice, cingolo, manipolo, stola e pianeta ed obbligatoriamente di stoffa e non materiali sintetici. E chi li trova più nelle nostre chiese? Sono trascorsi almeno 39 anni da quando sono stati messi in naftalina e, come capita nelle migliori famiglie dopo essere rimasti per qualche anno in soffitta, saranno stati svenduti o buttati.
Dico questo perché dalle mie parti, nel piacentino, è cosa piuttosto comune la vendita di case, terreni e altri beni appartenenti alle parrocchie . Nessuno si scandalizzi ma a fine 2007, se i parrocchiani non fossero insorti, sarebbe passata di mano anche una chiesa. Non c'è proprio più religione: "vendere anche la casa del Signore"!
Convincere i nostalgici che anche la messa in italiano è preferibile a quella in latino è facile e possibile purché le autorità ecclesiastiche non imitino il comportamento del governo italiano che, non riuscendo a far osservare le leggi esistenti, ne crea di nuove.
Inizia così il capitolo 11 della Genesi raccontando come gli uomini si erano consociati per costruire una grande città e una torre tanto alta da toccare il cielo. Dio castigò la loro superbia e questa volta senza diluvio o pioggia di fuoco solamente si disse: "descendamus et confundamus ibi linguam eorum, ut non intellegat unusquisque vocem proximi sui”. Atque ita divisit eos Dominus ex illo loco super faciem universae terrae, et cessaverunt aedificare civitatem." (Gn.11,7-8) (= Scendiamo e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l`uno la lingua dell`altro. Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città.)
Ricordo questo racconto biblico in due occasioni:
1) A proposito della Unità Europea, istituzione nata nel '92 e formata ad oggi di 27 stati con altri 3 in predicato e con un solo forte legame per almeno 15 di loro: il "dio quattrino" (area dell'euro) ma divisi da ben 23 lingue. Sì, 23 idiomi diversi di cui alcuni neppure di derivazione neolatina ma, nonostante questo, l'unione viene gabellata come atta a favorire ulteriori e più facili opportunità di lavoro all'estero! E che diamine! Già immagino noi italiani, che risultiamo ultimi come livello di istruzione in una graduatoria europea e non conosciamo in modo decente alcuna lingua straniera, andare, moderni Brancaleone, alla conquista dell'Europa.
2) Meditando il motu proprio "Summarum Pontificum" con il quale il santo Padre a partire dal 14 settembre 2007 permette la celebrazione della santa Messa in latino secondo il V.O. "vetus ordo" (= vecchio rito), quella detta anche tridentina o di Papa san Pio V . Messa e riti , che tutti noi vecchietti ricordiamo, anteriori alla riforma liturgica detta per contrapposizione N.O. "novus ordo" (= nuovo rito) effettuata alla fine degli anni '60 a conclusione del "Concilio Vaticano II".
Ben venga la messa in latino, per i tanti "laudatores temporis acti" (= nostalgici.) Anni fa', era il '69 se non erro, ho accolto con gioia il regalo che il "Concilio Vaticano II" faceva all'intero mondo cattolico: una celebrazione eucaristica nella lingua propria di ogni popolo. Finalmente era possibile rivolgersi al Padre in una lingua conosciuta e nella stessa, attraverso il sacerdote, ascoltarne le parole.
Nonostante questa affermazione il latino non mi crea problemi di comprensione.
Ho studiato nel seminario di Piacenza dove come in tutte le scuole italiane il latino iniziava in prima media (già in quarta e quinta elementare si faceva analisi logica), poi due anni di ginnasio e tre di liceo classico.
Una delle tante materie era lo studio della filosofia Aristotelico-Tomistica su testi totalmente in latino: lezioni, interventi e dibattiti avvenivano esclusivamente in questa lingua che certo, pur rispettando grammatica, sintassi e vocaboli, non presentava la rotondità che ritroviamo in Cicerone o la capacità di sintesi di Tacito ma l'italiano è tutt'altra cosa ed è proprio per questo che preferisco la celebrazione Eucaristica "N.O".
Personalmente, nonostante l'istruzione che ho avuto la fortuna di ricevere, trovavo la messa in lingua latina piuttosto impersonale, poco aderente all'idea di una Mensa sulla quale fraternamente si spezza il pane come nell'"Ultima Cena".
Il sacerdote usciva dalla sacrestia e, in una lingua pressoché sconosciuta a tutti, iniziava uno stretto colloquio con il chierichetto (in assenza di questo faceva tutto da solo - botta e risposta -). Concluse le preghiere introduttive, saliva i gradini dell'altare per continuare le restante parte della celebrazione che avveniva dando le spalle ai fedeli e girandosi solamente sette o otto volte verso l'assemblea per dire "Dominus vobiscum" (= il Signore sia con voi).
Che faceva nel frattempo il popolo di Dio? Normalmente recitavano il santo rosario e, facciamoci del male, rigorosamente in latino anche quello.
Rivedo ancora le mie due nonne "Bobò e Gangàn" (si chiamavano rispettivamente Mariéta e Caterina ma, la prima nata in famiglia, le aveva rinominate perché la prima portava al pascolo le mucche (bobò) e la seconda, in autunno, andava a raccogliere i (gangan) le castagne) . Rivedo – dicevo – queste due vecchiette sedute nella panca all'altezza dell'altare di san Giovanni Bosco in compagnia della coetanea "Cavagnèna" e, imitate dalla maggioranza dei fedeli, (quelli che non dormivano) sgranare rosari alla velocità di una telescrivente.
Non ho ancora parlato degli uomini; quelli restavano sul sagrato fino alla fine della predica dando indicazioni a "Beibi" mitico sacrestano e campanaro sul prezzo base per battere, a fine messa, l'asta dei polli o altri beni in natura offerti alla chiesa.
La recita del "Credo" concludeva la "Messa dei catecumeni" e finalmente i battezzati lasciavano il sagrato imboscandosi chi in sacrestia, chi dietro all'altare e, qualche coraggioso, perfino in fondo alla chiesa!
Con un atteso "Ite, Missa est" intonando (tutte le domeniche) il canto "La pace dei santi" il celebrante tornava in sacrestia dove con un "prosit" del chierichetto ed un "tibi quoque" ritornato allo stesso concludeva la celebrazione.
Nonostante quanto scritto di negativo circa la messa in latino credo di capire come, nonostante i problemi della lingua, possa esistere un nutrito gruppo di fedeli che non apprezza il rito postconciliare.
Gli anni che sono seguiti al Concilio Vaticano II sono stati anni di sperimentazioni, invenzioni e stravaganze spesso consentite o ignorate anche dai pastori a capo delle Diocesi.
Anni di esagerato soggettivismo nell'interpretazione liturgica che certo la riforma post conciliare non prevedeva ma che nessuno si è preoccupato di arginare o, se qualcuno ci ha provato, la disobbedienza di tanti lo ha fatto desistere. Chiese sempre più simili a capannoni costruite per soddisfare la vanità di architetti solo attenti al design, utilizzo di arredi poco consoni alla sacralità del rito, introduzione di una gestualità più adatta ad un teatro che alla casa di Dio, permissivismo al limite della decenza sia dalla parte dei fedeli che del clero (sacerdoti che in campeggio celebrano la santa messa in calzoncini corti e figlie di Dio che entrano nella Sua casa con abbigliamento tale da far apparire Salomè una suora di clausura).
E' indubbio che questo spogliare la liturgia del senso del divino e del rispetto, per il mistero che sulla mensa si compie, attraverso i gesti e le parole del sacerdote, hanno favorito questa disaffezione con una richiesta di ritorno alla "serietà".
Certo che ai suoi vescovi e suoi sacerdoti Sua Santità ha giocato un bello scherzetto!
Ben pochi di loro conoscono la lingua latina. La mancanza di nuove vocazioni, infatti, ha portato alla chiusura di tanti seminari e quanti desiderano votarsi al ministero sacerdotale sono costretti a frequentare le scuole dello stato e tutti sappiamo quanto siano malridotte pertanto o li rimandiamo nuovamente a scuola o, in questa moderna Babele, come potranno rivolgersi al Padre senza capire quello che gli stanno dicendo?.
E' pur vero che il linguaggio dell'"Amore" è universale, la Pentecoste insegna, ma lo Spirito santo per intervenire pretende un minimo sforzo da parte nostra.
Che ne dite di un esamino per accertare la idoneità dei sacerdoti e dei fedeli a comprendere la lingua di Cicerone e quindi a capirsi quando pregano?
Altra cosa di non poca importanza sono i paramenti sacri che il V.O. impone.
Se la memoria non mi inganna dovrebbero essere: amitto, camice, cingolo, manipolo, stola e pianeta ed obbligatoriamente di stoffa e non materiali sintetici. E chi li trova più nelle nostre chiese? Sono trascorsi almeno 39 anni da quando sono stati messi in naftalina e, come capita nelle migliori famiglie dopo essere rimasti per qualche anno in soffitta, saranno stati svenduti o buttati.
Dico questo perché dalle mie parti, nel piacentino, è cosa piuttosto comune la vendita di case, terreni e altri beni appartenenti alle parrocchie . Nessuno si scandalizzi ma a fine 2007, se i parrocchiani non fossero insorti, sarebbe passata di mano anche una chiesa. Non c'è proprio più religione: "vendere anche la casa del Signore"!
Convincere i nostalgici che anche la messa in italiano è preferibile a quella in latino è facile e possibile purché le autorità ecclesiastiche non imitino il comportamento del governo italiano che, non riuscendo a far osservare le leggi esistenti, ne crea di nuove.

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