Ruit hora...!
Amicis et vino quaelibet hora...!
Praticamente
tutti i motti pubblicati in queste pagine sono presi dal
WEB.
Per "par condicio" non ringraziamo alcuno
in particolare nella impossibilità di risalire al
primo che ha avuto la pazienza di raccoglierli e metterli
in rete.
Di nostro resta solo la traduzione, dove mancava, e la ricerca,
quando possibile , della provenienza dell'espressione.
Ci scusiamo inoltre se nel fare certe correzioni necessarie...
abbiamo approfittato per aggiungere anche qualche nostro
errore!
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Per quanto la misura del tempo abbia costituito,
in ogni epoca, una preoccupazione per l'umanità, lo sviluppo
della gnomonica, su basi scientifiche, la si fa risalire ai Greci
già attorno al 600 a.C.
Per quanto le meridiane rappresentino, oggi, un segno del passato,
è sempre gradevole godere della loro vista, apprezzarne
le eleganti soluzioni pittoriche e architettoniche e soffermarci
a riflettere qualche attimo sul significato dell'immancabile scritta
che le accompagna.
Vere perle di saggezza che provengono dai testi sacri della Bibbia,
dai classici latini o da sconosciuti autori capaci di trasferire
nella lingua di Cicerone il pensiero del tempo accomunato a quello
della morte e del giudizio divino, ma anche divertenti giochi
di parole che qualche bontempone si divertiva ad inventare.
Nel presentare questa raccolta "sui generis"
abbiamo cercato di inquadrarla tra i due motti che di questa filosofia
spicciola rappresentano, a nostro giudizio, gli estremi: "Ruit
hora" e "Amicis et vino quaelibet hora".
Di nessuno di questi siamo riusciti a trovarne l'autore ma, immaginandoli
coniati nello stesso periodo, potremmo ragionevolmente assegnarli
rispettivamente a qualche seguace di frà Gerolamo Savonarola
ed a qualcuno dei giovani amici di Lorenzo de' Medici.
Scarno il primo, angosciante nel suo suono onomatopeico che, quasi
profetica minaccia, riecheggia l'incombere sull'umanità
intera di una imminente catastrofe, di un castigo ineluttabile.
Gaio, festaiolo e godereccio il secondo ad immagine della gioventù
fiorentina che di giorno e di notte (forse più di giorno
per problemi di illuminazione) cercava in Firenze e nelle ricche
ville sulle sue colline di allontanare il pensiero della morte.